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Urban Transgression Beyond the Geography of Transgressive Spaces.

By Giovanni Allegretti - Carta.org

An interesting (and very long...and very serious, too!) sociological article about the foreigners in Florence. Also www.studentsville.it is mentioned in the 3rd paragraph.
It has been written by an important social scientist, Giovanni Allegretti. If you have a lot of time you may consider to read it here:

(...) In qualche modo, ognuno di noi [stranieri] è trasgressivo. Forse perché siamo colorati in una città di pietra grigia e marrone, o perché ci fermiamo in città quando qui gli stranieri sono previsti solo di passaggio. Un passaggio così rapido che non hanno quasi previsto neppure i gabinetti pubblici…

A Firenze lo straniero è spesso trasgressivo.
Forse per questo è guardato con un certo distacco, persino da chi - sui forestieri - ci campa. Per affermarlo non è necessaria un'indagine scientifica: basta voler vivere la città da abitante per accorgersene. Questo vale soprattutto per gli 'extracomunitari'. Soprattutto, ma non solo.

Anche molti studenti europei dei programmi Socrates finiscono per sentirsi respinti dal luogo che avevano tanto a lungo sognato.
E così si ritrovano tra di loro: nelle loro feste in scuole di lingua o università americane, nei loro bar, nelle loro discoteche, nei loro Irish Pub o nei loro Brazilian Cafè.
I loro spazi separati perpetuano la tradizione delle comunità anglofone del secolo scorso: un 'mondo a parte'.
Solo che, oggi, questo 'circuito parallelo' ha anche un''ancora virtuale': 'www.studentsville.it', il sito anglofono per giovani stranieri temporaneamente fiorentini che dà notizie a chi vuol vivere la città, anche senza riuscire ad integrarsi nel suo tessuto umano.
Non è tutta Firenze a respingerli, per fortuna, ma a volte è sufficiente a creare una frattura.

Per gli extracomunitari c'è una possibilità in più di essere tenuti a distanza.
Perché il loro quotidiano può sembrare trasgressivo quando è letto come 'contaminazione' della purezza di tradizioni o di spazi consolidati. Non è necessariamente un atteggiamento razzista. È una distanza che la città antica pone tra sé e i nuovi abitanti.
Questo tipo di trasgressione è per lo più involontaria ma non la si può negare. Essa trae origine soprattutto dalla differenza che si rileva nell'uso degli spazi pubblici.
Come quella delle figure ormai familiari intorno a piazza della Repubblica, che attraggono intorno a sé cerchi di folla che ostruisce i passaggi dalle vie circostanti. Sono per lo più gli artisti di strada che riportano un pò del caos che quegli spazi conoscevano prima che il grande mercato popolare venisse congelato nella rigida piazza ottocentesca. Sono i 4 'graffitari' e disegnatori 'a spray' (2 Rom, un egiziano, uno spagnolo), il Chaplin iraniano, il mimo serbo e quello polacco, l'orchestrina peruviana e quella slava, gli intrecciatori di cavallette di carta cinesi e i loro colleghi che 'ricamano' i nomi dei passanti tradotti in lingue orientali. La Giunta Comunale - mostratasi da tempo avversa agli spazi spuri e polifunzionali - vorrebbe oggi allontanarli da lì, esiliandoli in un luogo 'specializzato', magari dalla centralità periferica come Piazzale Michelangelo; del resto è già successo per i venditori ambulanti extracomunitari…

Parimenti, è trasgressivo il muro di famiglie sudamericane che nelle sere estive si riunisce e balla, in quella stessa piazza della Repubblica, davanti all'orchestrina del Cafè Paskowski. Senza pagare, perché la strada è di tutti, almeno fino ad ora.
Sono trasgressivi anche i gruppi di giovani sudamericani che con un'autoradio e 4 casse collegate riescono a rendere piazze d'incontro degli slarghi-parcheggio che ogni vero fiorentino si vergognerebbe a chiamare piazze.
Sono trasgressivi gli albanesi che costruiscono sotto i ponti le loro case di cartone, e quelli che prendono il sole in gruppi, sdraiati su vecchi cartoni in piazza Stazione o nel giardino di Viale Strozzi, soprattutto nei giorni in cui lo lambisce il bel mondo delle mostre di Pitti Immagine.

Sono trasgressive le donne extracomunitarie dell'Associazione 'Nosotras', che con il centro di catering multietnico 'Paladar' hanno violato le norme implicite del mondo della purezza culinaria e della mono-specializzazione, preferendo mescolare insieme i piatti di tanti Paesi diversi.
Sono trasgressivi i peruviani del borgo di Settignano o i filippini della chiesa di San Barnaba vicino a San Lorenzo, perché ancora attraversano con le loro processioni religiose una città dove la più grande festa religiosa pasquale è ormai solo un giocattolo per turisti.
Lo stesso vale per le partitelle di calcio dei cingalesi in Piazza Indipendenza: le piazze-gioiello di Firenze al massimo vengono ufficialmente riservate a momenti sportivi come il calcio in costume, anch'esso divenuto spettacolo per turisti in una piazza Santa Croce devastata da orride gradinate in metallo sfruttate per giustificare altre decine di spettacoli che spesso espropriano gli abitanti del quartiere della loro piazza principale per l'intero periodo estivo.

Sono trasgressivi i senegalesi che - dopo due anni di paziente attesa di un permesso comunale, mai giunto - per protesta e per difesa hanno iniziato ad aprire sui Lungarni grandi ombrelloni colorati con cui proteggere le loro merci legali dal sole e dalla pioggia. Solo costituendosi in cooperativa, alla fine, hanno inchiodato il Comune di Firenze alla sua responsabilità di costruire un piccolo mercato multietnico. Una promessa di cui si discuteva dal 1995.
E sono trasgressivi i cinesi quando mettono a seccare i loro pesci sulle recinzioni tra le case di San Donnino o quando cucinano le loro specialità fritte e vengono accusati di rendere l'aria del quartiere irrespirabile. Meglio lasciare al Mac Donald's il monopolio di appestare l'aria di fritto, come sa bene chi vive intorno alla filiale di Via Cavour…
Spesso, però, la trasgressione che si consuma negli spazi urbani diventa volontaria, perché cerca attenzione, cerca di ricordare qualcosa ai passanti distratti. Cerca di reintrodurre il 'mondo di fuori' dentro la città, perché la sua cultura e la sua tradizione di ospitalità restino vive ed essa non si trasformi solo in una 'Disneyland del Rinascimento'.
Perciò è trasgressiva la comunità eritrea che sfila silenziosa per il centro storico per ricordarci della guerra con l'Etiopia; o i palestinesi che sotto la Tenda della Pace cercano di non farci assuefare alla tragedia del Medioriente.

È trasgressiva la comunità somala che si accampa con delle tende in piazza Duomo per ricordarci il dramma dei ricongiungimenti familiari non riconosciuti.
Sono trasgressivi i 200 Rom che - guidati dalla loro associazione 'Amalipè Romano' - fermano il traffico davanti alla Prefettura e - seduti per terra - celebrano una veglia di preghiera per una bambina morta nell'incendio del campo Poderaccio.
E sono trasgressivi i 50 extracomunitari del Movimento per la Casa, che non solo occupano edifici sottoutilizzati (e - se glielo lasciano fare - cercano di praticare l'autorecupero), ma in pieno agosto 2002 hanno il coraggio di organizzare un sit-in davanti al Consolato Spagnolo per solidarietà con i 400 algerini espulsi in modo violento dalla penisola iberica.
Così sono trasgressivi gli extracomunitari del Sindacato Ambulanti, perché 'usurpano' il nome di una struttura formale per battezzare la loro unione informale di lotta per una libera circolazione delle merci su strada.

È trasgressiva la comunità islamica che accoglie volentieri i fiorentini nella sua moschea-garage di via Ghibellina, e un giorno appende un cartello: 'Per solidarietà con la comunità somala, d'ora in poi le preghiere del venerdì si svolgeranno sotto il tendone di Piazza Duomo. Tutti i fedeli sono pregati di raggiungerci là'.

Anche la comunità senegalese è trasgressiva, e non solo perché quando fa le manifestazioni in Piazza Signoria o gli scioperi della fame in Piazza Duomo espone cartelli in 4 lingue come 'risorsa' per spiegare le proprie ragioni ai molti turisti di passaggio. Ma anche perché resta vivace e vitale pur essendo un gruppo di persone piccolissimo, e pur essendo la comunità ormai più fiorentina di tutte, al punto da aver espresso - negli ultimi tempi - uno dei pochi politici di spessore emersi dalle cronache cittadine.
Strano: di solito, infatti, le comunità meno vivaci sono proprio quelle più 'fiorentinizzate'. Come gli iraniani che - per celebrare il loro capodanno - non scendono più in strada come 30 anni fa, ma affittano i saloni dell'Hotel Sheraton ai margini dell'Autostrada A1. Trent'anni fa erano stati loro a rendere il mercato di San Lorenzo il luogo dell'accoglienza e dell'inserimento per i non fiorentini.

'La vostra città è un po' come la Cappella dei Magi di Benozzo Bozzoli - ha sintetizzato un giorno un colto rappresentante di una comunità africana - Rappresenta un concilio interreligioso, ma le facce degli ospiti che arrivano da lontano sono quelle della famiglia dei Medici. Già a quel tempo, forse, gli ospiti erano più graditi quando assumevano il volto e le usanze dei fiorentini…

Ma le manifestazioni di diversità sono realmente trasgressive nei confronti degli spazi cittadini che attraversano? Forse non tanto, se molte di esse riescono a recuperare la memoria del significato storicamente consolidato - e recentemente perduto - di alcuni degli spazi pubblici cittadini. O forse sono trasgressive proprio per questo: perché mettono in dubbio schemi d'uso consolidati, e ridanno spessore storico al significato degli spazi pubblici cittadini?
Sono stati trasgressivi i senegalesi quando hanno minacciato di appellarsi a tutti i musulmani e i neri del mondo per boicottare il film americano 'Hannibal II' che li aveva 'epurati' da alcune scene girate a Ponte Vecchio, dopo le pressioni fatte sul produttore dalla locale Associazione dei Gioiellieri? Forse no. Essi hanno solo ricordato a Firenze che Ponte Vecchio un tempo ospitava attività più simili all'ambulantato che all'arte orafa, e che non ha senso voler mantenere alla città un'immagine 'da cartolina' che non corrisponde alla realtà delle cose. Così, il regista Ridley Scott ha dovuto subito reintegrarli in un'altra scena del film; ma forse lo ha fatto solo perché hanno toccato il tasto sensibile del boicottaggio economico.

Sono stati trasgressivi gli zingari celebrando ogni anno la 'Festa dell'orgoglio Rom' per le strade del centro, ballando per strada e gettando nel fiume corone di fiori? In fondo, nel celebrare la loro diversità, ci hanno ricordato che abbiamo un fiume che un tempo ospitava attività integrate in modo vitale con gli spazi urbani che l'Arno attraversa, ed oggi appare quasi 'sprecato'.
Hanno usato in modo trasgressivo gli spazi cittadini le famiglie di tranquilli cinesi che nel '95 hanno inscenato una protesta nel Cimitero di Trespiano perché temevano non venissero rispettate le loro usanze funebri? Certamente no: perché gli spazi 'ultimi' - quelli dei 'riti di passaggio' - sono sempre stati i luoghi deputati a rappresentare le memorie collettive e le differenti tradizioni, 'condensando' le identità di ogni gruppo religioso o etnico in forma visibile e duratura.

Sono stati trasgressivi i Somali che per protesta hanno piantato le loro tende e pregato Allah in una moschea improvvisata in Piazza Duomo? Forse no, se anche il Vescovo, che viveva sopra la loro testa, ne ha lodato e supportato la battaglia, offrendo loro allacciamenti di luce e acqua. In fondo, la polemica per la loro prolungata presenza è servita ai giornali fiorentini a ricostruire la storia della piazza e della sua statuaria, scoprendo che fin dal tardo Medioevo quel luogo aveva svolto un ruolo laico ed interreligioso…

È stata trasgressiva la Comunità Senegalese quando ha realizzato le sue assemblee notturne sotto il Mercato del Porcellino, per guadagnare visibilità rispetto alla sua piccola sede? In fondo, ha riscoperto l'importante ruolo di 'integrazione degli stranieri' che i mercati fiorentini (quello della Paglia, prima, e quello di San Lorenzo, poi) hanno svolto nell'ultimo secolo.

E lo stesso vale per i gruppi di Somali e di Albanesi che la sera si ritrovano all'aperto in Piazza Santa Maria Novella trasformandola nel vero 'cuore multietnico' di Firenze, da cui ormai partono tutte le manifestazioni di piazza che hanno come tema l'integrazione degli stranieri nella città. Essi contribuiscono alla 'perdita d'identità' della piazza - come recitava il volantino di un convegno comunale sul restauro del piazzale davanti alla chiesa - o invece ne recuperano l'antico significato di luogo da sempre deputato all'incontro multiculturale, come ricorda un'antica targa marmorea sulla facciata dell'Hotel Minerva?
Sembra paradossale, ma forse sono proprio gli zingari, i nomadi quindi, i più trasgressivi tra i nuovi abitanti di Firenze. Quelli che protestano perché vogliono fermarsi mentre vengono ancora trattati come 'gente di passaggio'. Quelli che hanno ottenuto la costruzione del villaggio sperimentale del Guarlone, dove poter restare vicini alle proprie usanze. Quelli che - nel quartiere popolare delle Piagge, nella lontana periferia - hanno 'osato' disegnare il progetto di un piccolo campo per famiglie da realizzare in autocostruzione. La loro trasgressione- dopo 15 anni di vita nelle baracche diroccate in riva al fiume - era il volersi fermare a vivere nella città di cui si sentivano ormai parte. Molti di loro ne sono stati allontanati. E il Laboratorio di Quartiere per il recupero dell'insediamento popolare delle Piagge - che aveva osato riproporre il loro progetto di autocostruzione - è stato sostanzialmente affossato dai metodi di pianificazione autoritari dell'Amministrazione. In fondo, come ha osservato un muratore albanese che ormai da oltre 10 anni vive e lavora a Firenze con la sua ditta:
Oggi, per essere politicamente corretti, tutti usano la parola 'migranti'. [Ma essa] mette troppo l'accento su un'idea di passaggio, di qualcosa di temporaneo, mentre molti immigrati vengono per restare […] A noi stranieri in molti posti ci viene dato un diritto di attraversare ma non di fermarci […] Se guardi le pubblicità, ci sono interi autobus che fanno propaganda di carte telefoniche per chiamare 'casa' in paesi lontani. Sono pubblicità in tante lingue […] È una cosa intelligente, perché gli immigrati sono il pubblico principale degli autobus. […] Il lavoro c'è; come si dice, lavoro flessibile, per persone che si adattano, che restano due, tre anni, e poi si licenziano. Ma la casa no. Perché la casa vuol dire fermarsi. E fa paura pensare che gli stranieri vengono, si fermano, abitano in un modo diverso, pregano in modo diverso, fanno le loro feste, con le loro musiche […] Sarebbe più facile avere tutti turisti o studenti americani come ci sono a Firenze; vengono, spendono, vanno via e neanche il commerciante ha bisogno di essere gentile con loro. Due persone che si fermano (una italiana, una extracomunitaria) non possono ignorarsi, prima o poi devono parlarsi. E se contatti qualcuno e gli parli, poi cambi. Cambiamo tutti e due.

A counter-reading of the traditional 'transgressive spaces'


Leggendo in quest'ottica la trasgressione, si trasforma anche il modo di guardare a quelli che tradizionalmente vengono indicati come 'transgressive spaces', cioè scenari di pratiche sovente legate al mondo dell'illecito e comunque svolte in orari notturni.
Tali spazi sono solitamente considerati trasgressivi per il fatto che ospitano attività che si collocano fuori da quelle legalmente ammesse o al di là di quelle che la morale corrente accetta come 'normali' negli spazi aperti al pubblico passaggio. In realtà, però, tali attività rientrano spesso nella 'norma' delle degenerazioni 'connaturate' ad un sistema che illude gli individui che l'integrazione coincida con l'omologazione degli obiettivi e delle modalità organizzative dei percorsi di vita; e soprattutto che l'integrazione in un territorio urbano debba prima di tutto passare per l'assimilazione dentro il suo tessuto economico, foss'anche attraverso attività illecite solo tollerate negli spazi di manovra che si ritagliano sul territorio.

Esiste allora una carica di trasgressione di questi spazi maggiore di quella tradizionalmente riconosciuta alle attività che vi si svolgono? Forse si; ed è data dal fatto tali attività interferiscono con il sistema dei vuoti urbani attraverso processi informali di appropriazione e privatizzazione che 'marcano' il territorio e creano 'zone di influenza' che si sovrappongono all'uso tradizionale degli spazi aperti. Nuove maglie 'catastali' informali vanno riempiendo 'di fatto' luoghi che 'di diritto' apparterrebbero alla collettività, talora trasformando i linguaggi della prevaricazione e della violenza in 'regole interne' che tutti dovranno rispettare dentro i 'mondi a parte' che le hanno elaborate.
Queste 'maglie aggiuntive' colonizzano lo spazio spesso in funzione di una variabile temporale. Il loro dominio diventa, infatti, effettivo soprattutto nel 'regno della notte'. Le 'divisioni spaziali' non sono pertanto visibili ad occhio nudo; ma spesso si possono intuire, desumere da altri indizi esterni, in primis il mutare delle persone che vi si affaccendano all'interno e di quelle che di tanto in tanto restano vittime di uno 'sgarro' alle regole stabilite.

In tal modo, è come se ad una forma più 'banale' e quasi 'normalizzata' di trasgressione (lo svolgimento di una attività mal tollerata alla luce del sole), si sovrapponesse una forma di trasgressione più raffinata, derivante dalle modalità 'distorte' di uso degli spazi aperti.
Negli ultimi anni, i giornali hanno diffuso notizie non sempre corrette sui 'racket della disperazione' in città, confondendo sullo stesso piano fenomeni differenti, soprattutto fra quelli 'strutturali'. Nel 1996 le inchieste giudiziarie legate ad un omicidio hanno fatto venire a galla l'esistenza di una 'doppia trasgressione': una 'gestione piramidale e centralizzata' dei posti-letto sotto alcuni ponti cittadini e in alcuni vagoni o edifici ferroviari abbandonati in stazioni minori della città (Leopolda, Cascine, Campo di Marte). Si è anche scoperto che intorno al Ponte Rosso ha risieduto per un certo tempo un gruppo di bambini dell'Est Europeo schiavizzato da una banda di sfruttatori delle elemosine.
Anche il mondo del traffico di droga a Firenze presenta un'analoga 'doppia trasgressione': lavora sul terreno dell'illecito e - se esaminato a volo d'uccello come rete di lavoro che usa gli spazi cittadini, si connota per una forte 'territorializzazione' che (almeno per quanto concerne le porzioni di traffico in mano ai gruppi nordafricani) tende sovente a sovrapporre agli spazi fisici reali della città suddivisioni che hanno a che fare con una geografia remota, ricostruita in base alle logiche di contiguità delle zone di provenienza degli spacciatori, e alle gerarchie stabilitesi in alcuni casi già in patria, o 'ereditate' da persone che hanno scelto o sono state costrette ad abbandonare 'la piazza' fiorentina. In questa logica, gli sgarri e i 'nuovi ingressi' sono marcati da momenti traumatici per ribadire le principali 'regole' ormai condivise o accettate dai più all'interno delle comunità legate allo spaccio. Non tutto lo spazio cittadino pare comunque 'compartimentato' con lo stesso grado di rigidezza. Soprattutto nel campo delle droghe leggere, infatti, ci sono aree con margini di maggiore 'fluidità', come i giardini sui lungarni ad est della città, l'anfiteatro delle Cascine o altri luoghi di cui da un anno all'altro non è certa la disponibilità, né si può immaginare quanto si riuscirà a lavorare indisturbati. Questi luoghi, in passato, hanno lasciato spazio se non proprio alla libera iniziativa, almeno ad iniziative più 'estemporanee'.

Ovviamente, le 'geografiche' a cui queste pratiche illecite si ancorano, sono fluide, dovendo adattarsi all'alterarsi delle condizioni 'esterne' che permettono o meno di mantenere viva l'articolazione territoriale delle azioni illegali. Ma non sempre queste variazioni improvvise delle 'condizioni al contorno' riescono ad essere percepite da tutti con la stessa celerità. Così si determinano forme singolari di permanenza dell'immagine dei luoghi, come quando - recentemente - due malviventi albanesi sono stati catturati dai poliziotti che abitano nell'ex-Hotel Magnifico di Peretola, dove si erano rifugiati dopo un inseguimento: essi ne avevano conservato l'immagine di rifugio per clandestini e spacciatori, funzione che aveva svolto diffusamente fino all'anno precedente durante il lungo periodo di blocco dei lavori di completamento che lo hanno trasformato in alloggio per funzionari di polizia.

Diverso è il caso di altre 'trasgressioni' di minor portata, come il sistema dei venditori ambulanti non autorizzati o dei 'pulitori vetri' che punteggiano i semafori cittadini. In più occasioni, durante la ricerca del Dipartimento di Urbanistica, vari interlocutori credibili ci hanno negato l'esistenza a Firenze di 'reti vincolanti' per l'assegnazione e la gestione del lavoro diurno di strada. Tale attività possiede quindi un grado di trasgressione 'in negativo' rispetto al lavoro tradizionale, ma anche uno 'in positivo' rispetto ad altre forme extra-legali più organizzate e centralizzate; la libertà di disposizione e uso degli spazi cittadini destinati alla mobilità.

In tale ottica, la spiegazione più plausibile per fenomeni visibili di stabilità e persistenza delle persone che operano negli incroci stradali cittadini presidiati da semafori è quindi quella di una sorta di 'diritto di primogenitura' ('chi primo arriva meglio alloggia'). Questo margine di autonomia (e quindi di disorganizzazione) ha i suoi pregi e i suoi difetti; ad esempio non prevede meccanismi di 'compensazione' nei frangenti negativi (come lavori pubblici, chiusura al traffico delle strade, sostituzione dei semafori con rotonde) e lascia quindi 'allo sbando' e all'autorganizzazione gli 'spodestati'. Non esclude però meccanismi di 'ereditarietà' e di 'trasmissione' degli spazi (per via gratuita o anche onerosa) in forma di 'cessione della piazza'. È interessante - nella stratificazione temporale di alcune categorie di lavoranti informali in città - il verificarsi di una sorta di meccanismo di 'upgrading lavorativo' che ha spesso connotato non solo i singoli, ma intere comunità, che lentamente sono scomparse dalla strada, spostandosi verso altre occupazioni a cui accedevano dapprima singoli, e poi - attraverso le reti informali di passaparola e 'chiamata' - sempre più membri dello stesso gruppo nazionale. Ad esempio, i gruppi di 'polacchi' che all'inizio degli anni '90 presidiavano i semafori come lavavetri sono del tutto spariti dalle loro postazioni, rimpiazzati in genere da maghrebini e da Rom: la denominazione di 'polacchi' come sinonimo di 'lavavetri' è però rimasta nell'uso comune dei cittadini di Firenze.

Di recente, la distribuzione di quotidiani gratuiti, sta creando una nuova geografia più organizzata degli 'abbinamenti' tra lavori diversi nei punti di sosta del traffico. Pur essendo ancora in via di assestamento, tale novità ha già provocato un effetto certo: la quasi totale scomparsa dei venditori ambulanti di quotidiani, che prima lavoravano 'a cottimo' accanto ai lavavetri o ai gruppi di Rom e slavi che chiedono l'elemosina ai semafori.
Qualche ultima fugace osservazione la meritano, infine, le attività notturne legate agli scambi e alle offerte sessuali che hanno luogo nello spazio pubblico fiorentino.
Firenze ha convissuto per oltre 20 anni con la paura del 'mostro', un maniaco omicida non ancora assicurato alla giustizia (se pur da tempo inattivo) che ha ucciso e mutilato numerose coppiette appartate in luoghi solitari delle campagne circostanti. Questo pericolo incombente ha determinato un'evoluzione peculiare dei costumi sessuali dei fiorentini e degli abitanti del circondario, alla ricerca di sicurezza e protezione che parevano garantite dal 'fare massa', dal non sentirsi obiettivi isolati e fragili.

Accanto al ricorso preferenziale agli spazi chiusi (abitazioni private, piccoli hotel, le prime 'case per scambisti') si è così determinato un fenomeno di fruizione semi-collettiva di spazi aperti appartati, dove si rifugiava soprattutto chi non poteva ricorrere alla sicurezza da quelli garantita alle proprie effusioni amorose o sessuali. Ancora oggi, esistono - così - dei 'luoghi' periferici o poco illuminati (alcuni spiazzi sul Viale dei Colli o sotto il Castello di Vincigliata, il vialetto prospiciente la basilica di San Miniato o il parcheggio delle Cave di Maiano dopo la chiusura dei locali di ristoro) dove di notte coppie stabili o occasionali si appartano in auto parcheggiate l'una accanto all'altra, spesso tappezzando i vetri con giornali per proteggere la propria privacy. Questa forma di fruizione semi-collettiva degli spazi aperti appartati - tollerata di buon grado anche dalle forze dell'ordine - rappresenta una 'trasgressione' molto fiorentina (seppur non unica) alle regole del completo isolamento altrove vigenti; essa trascina spesso con sé usi 'complementari' di quei luoghi semi-protetti, anche visto che, da tempo, gruppi di adolescenti locali li hanno eletti a obiettivo di scherzi goliardici di cui le coppiette fanno le spese.

A questa rete uniforme di luoghi periferici (conosciuti e garantiti proprio in quanto pluralmente 'frequentati') fa da controcanto un'altra rete più articolata di spazi maggiormente centrali a cui si ancorano le 'geografie queer', che a Firenze si connotano:
1) per una sostanziale 'mitezza' dei fenomeni di risignificazione spaziale
2) per l'ottica di 'fruizione personalizzata' del territorio (più libera e variegata per i gay maschi e più 'ritirata' e 'stabile' per i gruppi lesbici)
3) per il fatto che, nonostante le mappe e le guide 'autocostruite' dalle diverse comunità omosessuali indichino spazi di incontro puntiformi (bar, discoteche, negozi, teatri, saune, piazze o parchi), le modalità con cui tali luoghi sono frequentati tendono ad essere 'areali', a spandersi cioè oltre questi 'ancoraggi', creando geografie d'uso 'fluide', 'flessibili' e 'aperte al cambiamento improvviso' che permettono di usare - in modo temporaneo o permanente - spazi 'alternativi' se quelli tradizionalmente frequentati si dovessero rendere pericolosi o inaccessibili.

Come in altre realtà urbane, a Firenze la rete degli spazi 'queer' è piuttosto articolata e differenziata, visto che corrisponde a un microcosmo di differenze che non si esaurisce in quei gruppi (Azione Gay e Lesbica, Amandorla, Coordinamento Quir IREOS, AGEDO, ecc.) che operano al livello più 'visibile' dell'accoglienza e delle azioni 'politiche', sia rivendicative che di servizio.
A Firenze, sembrano esistere diverse geografie di aggregazione omosessuale non comunicanti, mondi paralleli e autonomi che tendono ad incontrarsi e sovrapporsi quasi casualmente solo in occasione di eventi di portata politico-sociale rilevante, o - per contro - di momenti leggeri, festosi o 'di tendenza' con base solida sia nell'universo della moda che in alcuni teatri 'di culto' (il Comunale, la Limonaia, Rifredi). Negli ultimi anni, la capacità di 'coinvolgimento allargato' di alcune iniziative nate per la comunità omosessuale hanno determinato un rapido svilupparsi di iniziative 'a tema' in spazi di frequentazione generalmente eterosessuale. Con un ironico approccio all''etero-compatibilità', i gruppi gay hanno spesso duramente selezionato le improvvisate iniziative, rigettando quelle solo mirate a catturare una clientela gay per sfruttarne il potere d'acquisto, ma realizzate a partire dall'applicazione di 'regole etero', ossia in modo 'improvvisato e disattento' ad esigenze come la rilassatezza, la spontaneità d'uso e l'accoglienza dei diversi 'luoghi' nei confronti dei loro utenti. Aspetto interessanti che connotano le geografie queer sono, del resto, l'estrema sensibilità, fragilità e instabilità, che agiscono talora spostando le persone con imprevedibile celerità da un 'ancoraggio' territoriale ad un altro, sulla base di una 'geografia degli sguardi' fatta anche di sensazioni e di moti di umore legati alla percezione quasi 'ipersensibile' del reale senso di accoglienza e benevolenza tributato ai gruppi gay/lesbici in ogni ambiente frequentato.
Più salda e stabilmente 'ancorata' al territorio della rete dei 'locali' a frequentazione omosessuale risulta, invece, la rete dei luoghi dell'incontro notturno sommerso, che obbediscono a logiche precise di localizzazione e di 'invisibilità visibile' (il primo tratto del Parco delle Cascine, il piazzale dello stadio, i giardini di Viale Malta, alcune piazzole sull'autostrada intorno a Firenze) e funzionano anche da centri 'di contatto' con individui (come molti gay extracomunitari) che a Firenze non partecipano degli spazi della 'socialità visibile'. A differenza che altrove, a Firenze le 'geografie dell'incontro queer non tendono a riappropriarsi di territori di confine inutilizzati (periferie estreme dalla strutturazione indefinita, aree dismesse, ecc.); al massimo usano luoghi 'debolmente strutturati' e con usi molteplici nell'arco della giornata (il campo di Marte di giorno serve per lezioni informali di guida, mentre le Cascine sono un parco monumentale che nel primo tratto ha una forma solidamente 'costruita' e 'definita').

In tal senso, il loro grado di 'trasgressione' non va molto oltre l'attività (sessuale) trasgressiva a cui l'incontro può dare eventualmente origine, visto che allo spazio pubblico aperto non vengono sovrapposti usi che facciano riferimento a 'maglie' di appropriazione 'rigide' o 'pesanti'.

Il discorso vale anche per le attività di prostituzione maschile, sebbene nel suo complesso la prostituzione tenda a sovrapporre agli spazi urbani divisioni territoriali 'pesanti' che toccano al contempo reti di spazi pubblici e privati. Il punto è, infatti, che - a seconda dei soggetti che si offrono o vengono offerti alla clientela e del loro sesso - a Firenze sembrano esistere 'gradi di libertà diversi', soprattutto per chi opera su strada, che deve di solito adattarsi ad altri fenomeni indipendenti che regolano le dinamiche urbane, come i controlli di polizia, le proteste dei residenti, la demolizione dei piccoli distributori di benzina con il nuovo Piano Carburanti. Come ha rilevato la nostra inchiesta tra i marchettari, che a Firenze si concentrano soprattutto nella prima metà del Parco delle Cascine e sul greto dell'Arno sotto il ponte all'Indiano:
Sulla strada ci sono enormi differenze e gerarchie. Nei travestiti c'è spesso un racket gestito da loro stessi, più associativo: con gradi di anzianità e prestiti. Qualcuno dei marchettari vecchi ci ha provato ad organizzarci ma non ha attecchito […] [Noi] non abbiamo capi a cui rendere conto: siamo liberi di muoverci. Potremmo organizzarci fra noi, quasi una cooperativa: ma non lo facciamo. Siamo pigri. O meglio, siamo soli. Soli e individualisti. Ognun per sé […] Qui è così: a Milano quando ho lavorato io c'era una divisione: i rumeni qua, i brasiliani più in là. Firenze è più anarchica […] Tra le puttane una può essere più forte dell'altra: essere odiata perché fa concorrenza. Tra i marchettari è più difficile, perché i clienti scelgono, hanno idee precise […] Le donne vivono in una città diversa. Perché hanno chi le comanda, chi le indica quali spazi possono occupare.
È quindi soprattutto per la prostituzione femminile (quella notturna su strada, in particolare, non quella diurna delle cosiddette 'anziane' del centro storico) che valgono le suddivisioni territoriali dei cosiddetti 'lotti', frazionamenti del territorio 'virtuali' per chi osserva dall'esterno, ma 'concreti' e 'rigidi da rispettare' per chi è 'dentro l'ambiente'. La mobilità territoriale rapida e articolata che pare caratterizzare i traffici di corpi si muove in realtà su una maglia capillare di suddivisioni 'paracatastali' che investe anche gli spazi in apparenza non utilizzati e rispetta confini che hanno alle spalle la criminalità italiana e la gestione ormai affidata a racket stranieri, specie albanesi. Questi 'catasti clandestini' servono da strumento di riscossione dei 'pedaggi' (proporzionati alla funzionalità e alla centralità dei luoghi) e come base su cui impostare il cambiamento e le riorganizzazioni territoriali rese necessarie dal mutare della pericolosità o della 'pressione' urbana sugli spazi. Così, se la forzata scomparsa di alcuni luoghi dalla 'mappa dei traffici,' costringe le lavoratrici a spostarsi da una zona all'altra, esse possono identificare i nuovi riscossori e inserirsi in una rete di rinnovate relazioni di 'concorrenza calmierata' con altre colleghe: l'organizzazione capillare del territorio in zone di influenza genera un meccanismo salvifico di 'compensazione' nei periodi più 'caldi' dell'attenzione poliziesca o politica, giovandosi del sostanziale disinteresse mostrato dai programmi ufficiali di lotta alla prostituzione (almeno fino al marzo 2001) nei confronti delle prestazioni che si svolgono in interni, peraltro la fetta più grossa e remunerativa del 'giro d'affari' fiorentino.

A Firenze, questa 'trasgressione' nei confronti dell'apparente flessibilità d'uso degli spazi aperti, altre se ne sommano, di segno contrario rispetto a questa rigidità imposta e in grado di suggerire il formarsi di fenomeni del tipo 'insorgente'. Esse sono spesso connesse alla differenza che contrappone le prostitute 'slave' (spesso 'schiave' trascinate sulle strade, 'gestite' come oggetti da joint-venture piramidali che amministrano in collaborazione gli 'spazi' sul territorio e i 'servizi' prestati al loro interno) al tipo di gestione 'autoctona' - e prevalentemente al femminile - che caratterizza molte lavoratrici nigeriane e camerunesi. Il lavoro di queste ultime si articola sempre sulla base dei lotti in mano alla malavita locale, ma presenta tassi minori di violenza interna e piramidalità gerarchica, ed apre persino prospettive di percorsi individuali per passare dal lavoro 'dipendente' a quello 'autonomamente gestito'. Non è un caso che proprio tra le lavoratrici notturne nigeriane abbiano potuto svilupparsi di recente forme interessanti di aggregazione solidale - seppur di tipo corporativo - o abbiano preso forma eventi rari come uno 'sciopero' informale contro le troppo diffuse richieste di rapporti non protetti, che fu indetto nel 1995 sui viali di Calenzano, il serbatoio della prostituzione a basso prezzo, espulsa dal centro gentrificato di Firenze, che preferisce ormai la prostituzione d'appartamento e le auto di grossa cilindrata di lavoratori e lavoratrici della notte che ogni sera affollano i viali di circonvallazione dalla Fortezza da Basso a Piazza Beccarla. In realtà, neppure gli operatori di strada che a Firenze lavorano accanto alle prostitute sono riusciti finora a verificare se lo sciopero si è poi realizzato: in ogni caso, la vasta eco avuta sulla stampa locale e il passaparola informale dell'iniziativa hanno raggiunto lo scopo di far arrivare il messaggio di protesta a molti clienti potenziali.

Altro fenomeno interessante va oggi verificandosi all'interno di piccole comunità evangeliche fondate e supportate proprio per volere di gruppi di lavoratrici notturne centroafricane. Come descritto dalle parole della mediatrice culturale nigeriana che lavora nei programmi di recupero di ex-prostitute realizzati dalla Cooperativa CAT.
Vi è un'utilità reciproca fra pastore e fedeli; visto che queste sopravvivono interiormente al loro lavoro e mantengono un equilibrio grazie alla fede e all'idea di perdono. Questo ha determinato strani meccanismi, insorgenti proprio in un campo come quello ecclesiale in genere diretto dall'alto, e fatto di direttive divine o pseudo-tali nell'ispirazione, a cui si presume che i fedeli si adeguino. Qui no. È come se le donne che seguono queste sette avessero elaborato dal basso la loro filosofia. È come se dicessero con forza. "Guai a te se tu, prete, non taci e ci contraddici. Non ci parlare di peccato ma solo di perdono. Devi solo pregare per noi e per le nostre anime, che la nostra vita ce la gestiamo da sole". È interessante, perché cambiano i connotati dell'approccio alla fede e alla costruzione delle gerarchie ecclesiali. Certo, è una lettura: altri preferiscono vedere solo lo sfruttamento dei preti sulle fedeli, ma forse un'interpretazione univoca su un tema così complesso e ancora nuovo è sbagliata, è ideologica e strumentale.

È possibile pensare che questi fenomeni di 'reazione' si configurino come 'pratiche insorgenti', cioè come costruttive trasgressioni 'in positivo' rispetto a fenomeni la cui carica di 'trasgressione' rispetto alle regole socialmente condivise di organizzazione delle attività sul territorio può essere letta come distorta, ingiusta ed escludente, quindi - in sostanza - negativa?

(Giovanni Allegretti - www.carta.org)

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